Parlare di OpenData per sentirsi parte della modernità (e poi non fare nulla)

Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInEmail this to someone

Nell’era delle buzzword che fanno tendenza e creano bolle digitali a rischio evaporazione, anche il bel filone degli OpenData è finito nel fiume fuffarolo. Lo penso da tempo, non nego: non è questione di dire se il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno, ma quando ancora sia vuoto.

Che gli OpenData italici siano su per giù una goccia nell’oceano (più che nel bicchiere) è (di)mostrato da alcune ricerche che mi paiono rilevanti, tutte del settembre 2015.

  • Il report di WebCOSI (scarica il PDF): la ricerca narra i principali casi di progetti e gruppi di pressione in questo ambito e la cosa secondo me tristissima è che Italia questo progetti e gruppi sono sempre gli stessi.
  • Il report di TACOD (scarica il PDF): mostra la sostanziale irrilevanza degli OpenData in termini di lotta alla corruzione in Italia (stessa irrelevanza ha avuto fino ad oggi – settembre 2015 – la pubblicazione dei dati in Amministrazione trasparente). L’Italia aspetta un FOIA da anni, per il momento però si è fatta molta propaganda e nessuna legge all’altezza di essere chiamata FOIA (se ti interessa, approfondisce con questa analisi di OpenPolis)

A prescindere dal motivo che ci spinge ad usare i dati e promuoverne l’apertura (lavoro, attivismo, hobby), mi ha molto incuriosito la figura dello statactivist, coniata da ricercatori francesi, dei quali ho letto sul report di WebCOSI (pagina 10)

The term statactivsm has to employed in fact in describing «those experiments aimed at reappropriating statistics’ power of denunciation and
emancipation which consist in a wide number of practices», such as that of «quantifying original data to make an issue visible and relevant»

Non ne avevo mai sentito parlare, e a quanto leggo è una cosa molto seria e interessante, connessa alla Società liquida, nella nostra Età dell’incertezza, teorizzate da Zygmunt Bauman (sempre da Webcosi, pagina 6).

Ora, posto che non sono un filosofo e non certo uno studioso di Bauman, mi piace giocare però con le sue parole (mi perdoni!) e con le sue dichiarazioni celebri. Ho la netta sensazione che parlare di Opendata sia diventato un requisito essenziale per far parte della modernità (un po’ come per tutto il lessico globale tipo startup, bigdata, duepuntozero e blabla). Dunque, ne parliamo perché se non lo facessimo ci sentiremmo esclusi dalla modernità?

Quel che è peggio, se (sempre applicando arbitrariamente Bauman al caso nostro) nella modernità la morale è la regolazione coercitiva dell’agire sociale attraverso la proposta di valori o leggi universali a cui nessun uomo ragionevole (la razionalità è caratteristica della modernità) può sottrarsi» (da Wikipedia), mi viene da pensare che tutti noi parliamo in buonissima fede di OpenData perché la morale ce lo impone, punto e basta.

Ma per fare cosa?

Andrea Nelson Mauro

Andrea Nelson Mauro, data jour­na­list. Vincitore dei Data Journalism Awards e dell'European Press Prize. For­mato nella cro­naca locale, fondatore di Dataninja.it, Datamediahub.it, Confiscatibene.it. Collabora con gruppi editoriali in Italia e all'estero, agenzie di data journalism in Europa, NGOs e Pubbliche Amministrazioni italiane. Folk della com­mu­nity SpaghettiOpenData.org e OpenDataSicilia.it
Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInEmail this to someone

One thought on “Parlare di OpenData per sentirsi parte della modernità (e poi non fare nulla)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *